Il ricordo di Marco Pannella che non posso scrivere

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Marco Pannella

“Marco non è morto Egli vive nella storia d'Italia. Erede del bellunese Bruno Villabruna ha impegnato tutto il suo vivere nella difesa dei principi cardini della democrazia illuminata, adeguandoli eccellentemente al naturale mutamento inarrestabile della società civile”.
Prof. Pietro Nocita, presidente di F.O.B.

Questa Federazione deve molto a Marco: il mio stesso lavoro, senza Pannella, non sarebbe mai nato. Non è un caso che Marco Perduca, rappresentante ONU del Partito Radicale Transnazionale, sia membro del Comitato Scientifico. Ieri, il Direttivo ha affidato a me un ricordo del leader radicale, e ho accolto questo compito con onore e gratitudine.

Purtroppo, però, non posso farlo, per due motivi: il primo è che non sono all'altezza; il secondo è che involontariamente mi presterei a un gioco che incarna oggi tutto quello che rifiuto. Io volevo che Marco, ostracizzato, vittima del "caso Pannella", come lo ha definito Rita Bernardini, parlasse da vivo; che fossero conosciute le battaglie che conduceva fino a poco tempo prima di morire, non ultime quelle combattute insieme; che la gente sapesse che c'era un uomo straordinario e attivo al lavoro tutti i giorni oggi, non trent'anni fa. E ora, se tentassi di rendere maldestramente la sua statura, mi presterei senza volerlo al gioco del necrologio tanto atteso così in voga in queste ore, e non posso, e non voglio.

Tuttavia, l'affetto di F.O.B. nei confronti di Marco è sincero, così come il dolore per la sua perdita. Voglio quindi condividere qui, semplicemente, la pagina di diario che ho scritto il 19 maggio, quando ci ha lasciati. Così resterà un ricordo intimo, fra amici, sincero quanto il nostro cordoglio.


19 maggio

Marco Pannella è venuto a mancare. Sono disperatamente triste. Non l'ho potuto abbracciare come si deve. Ho pregato per lui. Mi manca tanto, era divertente e vitale. Era un buon amico, che si prendeva cura di tutti. Io non ho tutta questa memoria del grande politico; molte delle battaglie che ha combattuto e che vengono riassunte nella trafila di necrologi precotti che circolano risalgono a prima che io nascessi. Però ho una memoria di ferro del grande amico, del modo delicato in cui sapeva informarsi e prendere a cuore i tuoi problemi personali, della sensibilità che aveva per i diversi caratteri di ognuno, delle grandi risate che era impossibile non farsi in sua compagnia. Ma anche il Marco laconico, così diverso dall'oratore che diveniva in pubblico; il Pannella che con poche parole sintetizzava un modo di sentirsi o di descrivere la scena nazionale e internazionale. Ho un ricordo di lui che parla con me e con Gianni di Ginevra e dell'ONU... Però non sono questi i ricordi che scorrono ora dietro i miei occhi. No, io mi ricordo la prima riunione con lui e con Rita – l'emozione, il cuore in tumulto, dovevo parlare – e io che finalmente devo prender la parola, emozionato, e lui che mi fa sobbalzare all'improvviso urlando: "DROGA!", perché si era accorto di aver appena finito i sigari, e dalla segreteria entravano correndo portandone un nuovo pacchetto. Mi ricordo la serata passata a guardare tutto il girato di "Dragan aveva ragione", io, Gianni e Marco – genio visivo – che dice: "Sapete, io un po' d'esperienza ce l'ho", sorridendo, e se ne viene fuori con le idee più sperimentali che abbiamo tenuto nel film – i fuori onda, le didascalie in luogo della voce narrante, il commento girato una seconda volta tenendo conto delle sue indicazioni... Era più avanti di noi, che pure siamo giovani, le pensate più audaci e innovative le ha avute lui o comunque le ha ispirate. E mi ricordo il modo in cui ci siamo stretti fra le braccia quando si è commosso nel vedere la dedica a Paolo Pietrosanti alla fine del documentario, e tutte le volte che mi ha dato un bacio e mi attirava a sé in quel modo energico con quel sorriso unico. O quando insisteva che voleva farci riprendere il campo nomadi di via di Salone da un elicottero, e noi lì a ripetergli che la lavorazione era conclusa, ma lui ribadiva: "Quel campo è enorme, bisogna che la gente veda quanto è grande". Lui l'avrebbe fatto, figurati se non sarebbe montato sull'elicottero. Quello odio, di questo maledetto regime infame – che l'ha sempre raffigurato, negli ultimi anni, negli anni cioè in cui io l'ho conosciuto, come se fosse già morto, e invece era vivo, più vitale di noi, e portava la vitalità nella vita degli altri, ti faceva venire voglia di ridere e uscire e abbracciare gli eventi con coraggio, lo aveva e lo infondeva. Ti cambiava l'esistenza, sempre. Mi manca tanto, tantissimo. Le ultime parole che mi ha detto quando era ancora in forma, prima di ritirarsi in casa, le ho impresse e sono grato che siano state quelle, perché potrò ricordarlo sempre proprio come avrei voluto. Stavo organizzando la sua conferenza stampa a Teramo, l'ultima che ha fatto lì; ero al telefono con Vincenzo Di Nanna, e Marco dice che mi vuole parlare riguardo alla comunicazione dell'evento, così io salto in piedi e corro a prendere appunti. Vincenzo me lo passa e Marco esordisce: "Riguardo alla conferenza stampa...". (Fa una pausa). "Camillo...". Io mi preparo a scrivere, puntando la penna sul foglio. E lui inizia a sciorinare una lunga filastrocca su Camillo e uno spillo, di cui ora non ricordo i vividi passaggi, ma ho bene in mente il modo in cui terminava, cioè con lo spillo che sarebbe finito in una parte del mio corpo piuttosto prevedibile. Poi mi manda dei baci e mi saluta. Ecco, lo voglio ricordare sempre così. Esattamente com'era.

Camillo Maffia

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