Libertà di credo: no alla legge antimoschee in Veneto

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Camillo Maffia

“Quando ho di fronte un clericale, divento anticlericale di botto”.
Papa Francesco

Aggiungere confusione alla confusione è prerogativa delle forze politiche populiste, che con un apparente passo in direzione della semplificazione (nel senso di recisione del nodo gordiano con quello che si può tranquillamente definire un “atto di forza”), se ne allontanano, creando problemi legislativi in un quadro normativo già complesso.

I. Il quadro normativo

In Italia vige un sistema particolare per quanto riguarda la libertà di religione, che non possiamo qui esaminare nel dettaglio, ma tenteremo di riassumere. Innanzitutto, pur non avendo una religione di Stato in seguito alla revisione del Concordato nel 1984, tale accordo tra l'Italia e il Vaticano costituisce comunque un sistema che privilegia abbondantemente la religione cattolica rispetto alle altre confessioni presenti sul territorio.

Si è tentato, per decenni, d'introdurre una legge sulla libertà religiosa, senza successo; la Costituzione, in questo caso, ci aiuta relativamente: all'art. 7 si afferma che Stato e Chiesa sono indipendenti e sovrani, e che i loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi (poi revisionati); all'art. 8, che le altre confessioni sono ugualmente libere, laddove i loro ordinamenti non contrastino con quello giuridico italiano, e che i loro rapporti sono regolati da apposite intese. Siamo già quindi davanti a una evidente disparità di trattamento, cui si aggiunge il problema che, fino agli anni Ottanta, d'intese col governo italiano non se ne vedrà neppure una; le comunità cristiane acattoliche, ebraiche e in seguito induiste e buddiste acquisiranno solo dopo la revisione del Concordato, ovvero dopo che la religione cattolica cesserà di essere religione di Stato, uno status giuridico riconosciuto nell'alveo di norme precise; fino a quel momento, non vi sarà particolare tutela per dette minoranze.

La condizione dell'islam è doppiamente problematica. Da un lato, non si trova in possesso di alcuna intesa col governo italiano – e fin qui siamo di fronte a un fatto comprensibile; è ben ovvio che, nel momento in cui io deputato della Repubblica provassi a prendere la parola in Parlamento per dire: “Non sarà il caso di disciplinare i rapporti con gli islamici?”, immediatamente ritroverei il mio volto sui giornali accanto a dichiarazioni di esponenti leghisti o destrorsi di eterogenea natura che per decenza riteniamo inutile tentare di riprodurre in questa sede. D'altro canto, è chiaro che la struttura stessa della religione islamica non facilita la definizione di rapporti all'interno di un sistema come è quello delle intese. Per spiegarlo nei termini più semplici e venire incontro al lettore, che già comincia a perdersi e ne ha ben donde, un'intesa è qualcosa che si raggiunge tra due o più soggetti in merito a uno scopo preciso: maggiore è il numero dei soggetti, più difficile sarà pervenire a un'intesa – e questo lo sappiamo tutti, per banale esperienza di vita. Nel caso dell'islam, tale esempio si rivela piuttosto appropriato: una religione rappresentata da un solo pontefice o da un concistoro di sacerdoti è sicuramente avvantaggiata nel raggiungere un'intesa rispetto a una che annovera al suo interno una pluralità di posizioni e che per sua natura non si raggruppa attorno a un leader o a una gerarchia ecclesiastica riconosciuta.

Il riconoscimento dell'islam sarebbe un obiettivo democratico della massima urgenza soprattutto nell'attuale situazione di tensione internazionale, ma ecco si ripropone il primo problema che, unito al secondo, rende altamente improbabile che lo Stato riesca a disciplinare correttamente i rapporti con questa confessione. L'iter che tuttora attraversa la legge sulla libertà religiosa in Parlamento assomiglia a un parto tanto misterioso e travagliato che anche qualora si fosse sul punto di giungere a un traguardo verrebbe da tenerlo nascosto come Psiche col suo bambino; e perciò è meglio lasciar cadere il discorso, che qui non ci è di nessuna utilità. Basti dire, per concludere questo sunto sul quadro legislativo, che in assenza d'intese i rapporti dello Stato con le confessioni sul territorio italiano sono regolati dalla legislazione sui culti ammessi, risalente al Ventennio fascista.

È in questo contesto che s'inserisce l'azione legislativa locale della Lega, che lo scorso anno, al governo della Regione Lombardia, emana una normativa per i luoghi di culto soprannominata “legge antimoschee”, nell'evidente tentativo di arginare (o meglio, ostacolare) l'esercizio della religione islamica sul territorio lombardo. La legge prende spunto da due mosse: la prima è quella di cavalcare mediaticamente e politicamente l'ondata di terrore sollevata dagli attentati dell'Islamic State; la seconda, quella di rivendicare non meglio precisate “radici cristiane”, legiferando in direzione d'una supremazia di fatto della religione cattolica, esonerata dalle restrizioni, ostacolando tutti gli altri gruppi presenti sul territorio.

II. A cavallo del terrore

Prima ancora di esaminare la costituzionalità e i conflitti di competenze insiti in questa legge, occorre dedicare un sia pur piccolo spazio ai sentimenti da cui muove. Il tentativo di cavalcare il terrore va oltre la pura e semplice irresponsabilità, ed entra a gamba tesa sul cammino del dialogo fra i popoli. Non si esagera: secondo i dati del CESNUR abbiamo sul territorio italiano circa 810.000 musulmani, all'interno dei quali il numero di persone coinvolte in attentati o azioni terroristiche è talmente basso da non incidere sulla caratterizzazione del totale. Il problema del terrorismo è squisitamente politico: l'elemento religioso è chiamato in causa dalla propaganda terrorista ai fini del reclutamento e della diffusione delle proprie idee, ma è chiaro, a partire dai moventi espressi dagli attentatori stessi, che la situazione geopolitica, la destabilizzazione e gli interventi militari in Medio Oriente, senza contare le radici storiche, sono i fattori principali alla base dell'improvviso emergere d'una nuova minaccia terroristica internazionale. Può sembrare questa una riflessione approssimativa e lo è senz'altro, perché necessiterebbe di essere sviluppata; ma così facendo usciremmo dal terreno della libertà di credo, e ci troveremmo a disquisire su questioni che è meglio lasciare agli analisti – i quali, a dire il vero, sembrano per la maggior parte confermare l'origine politica e tutt'altro che religiosa del movimento internazionale del terrore. Tuttavia, un dato fra tutti può bastare a comprendere quanto grave sia, in questo momento storico, scatenare rappresaglie legislative sui musulmani in Italia: le vittime del terrorismo dell'Islamic State sono, innanzitutto, persone di religione islamica. Se consideriamo il totale degli attentati compiuti dalle milizie senza limitarci all'Europa, ma calcolando anche il numero delle vittime nelle regioni mediorientali e africane, gli islamici uccisi dai terroristi sono migliaia. Con le parole del presidente francese Hollande: “Sono i musulmani a essere le prime vittime del fanatismo, del fondamentalismo e dell'intolleranza”. A questo bisogna aggiungere la massima presa di distanza nei confronti del terrorismo maturata ed espressa dal mondo islamico nazionale e internazionale, in cui s'inserisce realmente il dato religioso in quanto gli attentatori sono accusati di violare apertamente il Corano.

Perciò intervenire sull'esercizio della libertà di culto in un momento in cui gli islamici stessi sono minacciati dal terrorismo è particolarmente pericoloso e sviluppa peraltro rischiose conseguenze pratiche. Come notava il prof. Paolo Naso[1], è preferibile una moschea aperta, alla luce del sole, in cui chiunque può entrare, a un culto reso di fatto clandestino e per questo alla mercé di chi vuol approfittare del momento di aggregazione religiosa per inserirvi la propaganda terroristica. È infinite volte più pericoloso rendere illegale l'esercizio della libertà di fede, perché si ostacola innanzitutto la collaborazione delle comunità islamiche nella lotta al terrorismo. In pratica, è un po' come se, nell'accorgersi che una processione cattolica in un paesello ha mutato il suo corso per consentire l'inchino presso la casa di un boss di mafia, si rendessero illegali tali manifestazioni del sentire cattolico; è difficile immaginare un regalo migliore alla mafia. I credenti si radunerebbero ugualmente, lo farebbero nel sicuro segreto delle mura domestiche, e all'interno della funzione si creerebbe uno spazio clandestino di cui certamente la mafia approfitterebbe per radicare maggiormente la propria egemonia, comunicare, scambiare informazioni, regolare conti etc. Su questo assunto si basa la prima mossa da cui scaturisce la legge antimoschee.

Il secondo è, se possibile, ancora peggiore, e occorre qui una brevissima digressione; anche perché – repetita iuvant – la normativa leghista non incide unicamente sui cittadini di fede islamica, ma su tutti quelli non cattolici che abitano nella regione. Cristiani inclusi.

III. Le “radici cristiane”

Il cammino cristiano o è ecumenico o non è: caratteristica del cristianesimo è la vocazione ecumenica, se la si elimina diventa altro e cessa di essere cristianesimo[2]. Il popolo italiano ha vissuto la storia di massacri delle persecuzioni religiose, degli scismi, delle eresie e via discorrendo in modo particolarmente doloroso: basti pensare alla storia della comunità valdese, che ha sofferto quasi ininterrottamente dal Millecento, ovvero dalla scomunica del 1184, fino alle atrocità compiute dal regime fascista, per passare alle manifestazioni d'insofferenza, quando non d'intolleranza, che hanno segnato la vita protestante nel corso della Prima Repubblica. Ci troviamo oggi, invece, in un momento storico sicuramente complesso, ma caratterizzato da tratti di luminosità senza precedenti: e se si vuol parlare di libertà religiosa e menzionare il dramma degli attentati terroristici, bisognerà pure parlare delle novità positive nel dialogo religioso; qui si situa l'ecumenismo. In una visita storica al Tempio Valdese, papa Francesco ha chiesto perdono per le persecuzioni subite dalla comunità protestante italiana; alle parole sentite con cui ha definito “non cristiane e persino non umane” le azioni ai danni dei valdesi, si abbinano quelle con cui ha domandato scusa ai pentecostali. In tutta la penisola si svolgono gesti di dialogo, anche nei momenti liturgici, fra cattolici e protestanti di cui si parla pochissimo e non si riflette che seguono a secoli di guerre, massacri e fiumi di sangue versato; il fatto che oggi protestanti e cattolici preghino insieme sul territorio italiano dovrebbe far sobbalzare tutti coloro che hanno avuto la fortuna di accedere a un'istruzione, studiando perciò sui libri di storia il dramma degli eccidi e dei conflitti cristiani che hanno segnato in modo indelebile il cammino italiano ed europeo. Ma ciò non è tutto: col progetto dei corridoi umanitari, infatti, si è inaugurata una nuova era dell'ecumenismo, in cui cattolici, evangelici e valdesi si sono uniti per assistere i profughi provenienti dalla Siria, senza ricevere fondi dal governo italiano, costituendo questo straordinario e innovativo percorso basandosi unicamente sui propri finanziamenti, inserendosi con un'azione positiva nel dramma dei rifugiati e dei migranti. Il progetto, pur avendo ricevuto il plauso del ministro degli Esteri e del presidente della Repubblica, si trova spesso descritto sui media senza che neppure ne siano citati gli autori, come se fosse irrilevante il dato che tale discorso è, essenzialmente, ecumenico: nasce dall'ecumenismo e si traduce in intervento concreto. In questo le chiese indicano anche la strada per un dialogo con le comunità islamiche, in quanto profughi perlopiù musulmani accedono a un'accoglienza organizzata, ragionata e ben gestita senza l'atroce impatto socio-culturale che caratterizza l'arrivo col barcone tra i cadaveri dei compagni che non ce l'hanno fatta: questo è il segnale che ci sta dando, oggi, il mondo cristiano, di cui sappiamo ben poco, in quanto il 90% di spazi televisivi destinati alla Chiesa Cattolica (in base alla ricerca della Fondazione Critica Liberale: si veda l'esposto presentato da FOB all'Agcom)[3] non si cura mai né del cristianesimo, né del cattolicesimo.

Non ci si deve stupire di quanto afferma il Servizio d'Informazione Religiosa quando nota che, nel giorno della Pasqua, sulle prime pagine delle principali testate giornalistiche non vi era una parola sulla Croce: il dato è perfettamente compatibile con quello dell'onnipresenza cattolica. Infatti, questa onnipresenza di religioso ha ben poco: si tratta, anche qui, di spazi politici. Il 90% di spazi alla Chiesa Cattolica è un dato che provoca sconcerto nel laico, ma che dovrebbe far riflettere soprattutto il cattolico, il quale è tutt'altro che rappresentato e ancor meno lo è la sua confessione. L'immagine distorta è quella data dall'amplificazione di una rumorosa minoranza oltranzista e preconciliare, in cui s'insinuano spazi elettorali alle suddette forze destrorse che s'inseriscono con agilità, risparmiando i soldi per la campagna elettorale gentilmente offerta dai contribuenti mediante il servizio pubblico, che dona spazi televisivi a soggetti altrimenti marginali in proporzione superiori a quelli rivolti allo stesso Pontefice (al quale, sia detto una volta per tutte, va riconosciuto quantomeno il dato di aver riportato l'umanità nella comunicazione di massa). Non una parola sulla Croce, certamente, che è forse più ora scandalo e follia di quanto non lo fosse ai tempi di Paolo; non una parola sul difficile cammino che attraversa la Chiesa in relazione al dialogo religioso; non uno sguardo all'ampio e trasversale dibattito che interessa il mondo cattolico in relazione ai temi etici, di cui si fanno portavoce unicamente i soliti noti[4]; non un'analisi dedicata agli aspetti teologici, poche rapide immagini sui momenti liturgici, quasi nessuno spazio alla moltitudine di eventi dedicati all'ecumenismo e all'incontro tra le confessioni. Cristo, insomma, in quel 90% non compare, e men che meno i cattolici. Questo dovrebbe far riflettere sulla proporzione tra l'imprescindibile dato storico del cammino ecumenico dei cristiani fra loro e dell'apertura nei confronti delle altre religioni e quello di un 90% di spazi destinato prevalentemente a un nucleo agguerrito di fondamentalisti cattolici, composto perlopiù da clericali e chierici in controtendenza, per nulla rappresentativo della globalità del mondo cattolico – e tantomeno di quello cristiano.

IV. Il disprezzo della Costituzione

Al di là quindi della rappresentazione mediatica e di questo divario, abbiamo qui un frangente storico delicatissimo, ben rappresentato dai corridoi umanitari, fatto essenzialmente di due movimenti, l'uno verso l'interno del mondo cristiano, una riflessione che supera le distanze teologiche per unirsi sui valori comuni; l'altro verso l'esterno, aperto ad accogliere cittadini di altri paesi e confessioni per offrire loro un'assistenza adeguata nel rispetto dei diritti umani fondamentali.

All'interno di questo epocale momento storico, reso doppiamente fragile dai dati d'un discorso ecumenico dalle forme nuove e fondamentalmente recenti e di una minaccia terroristica che strumentalizza le questioni religiose, che non trova precedenti nella storia italiana, s'inserisce la legge antimoschee lombarda, che rende di fatto illegali i luoghi di culto sia degli islamici che degli evangelici e delle altre confessioni presenti sul territorio, lasciando in pace unicamente le parrocchie, ingarbugliando il quadro giuridico, entrando a gamba tesa precisamente nel dialogo interreligioso e, peraltro, nelle prerogative del governo italiano, al quale spetta la legiferazione in materia di libertà di culto sul territorio. Così, il governo impugna la normativa, rivolgendosi alla Corte Costituzionale; e la Consulta, che Salvini accuserà di essere “islamica”, in breve tempo conferma l'assoluta incostituzionalità del provvedimento, affermando la libertà di culto e il principio di laicità non come disinteresse nei confronti della religiosità, bensì come tutela delle libertà fondamentali degli individui, inclusa la libertà di credo. Prima della bocciatura della Consulta, FOB aveva realizzato e diffuso alle principali istituzioni europee un rapporto a cura dell'avv. Alessandro Amicarelli, poi pubblicato dall'OSCE per via dello straordinario sconcerto che aveva provocato il legislatore lombardo in quell'ambito internazionale che si occupa della salvaguardia dei diritti umani; nella precisa e puntuale disamina del portavoce di FOB si sottolineava l'infrazione delle normative europee, dalla CEDU alle linee-guida del programma FORB[5].

Una norma, insomma, tutt'altro che relegabile al dibattito locale, che ha suscitato stupore nazionale e internazionale, fino alla prevedibile bocciatura da parte della Consulta. Ma se prima la normativa poneva un problema di cui il cittadino italiano poteva non realizzare la portata, adesso la questione emerge in tutta la sua incontestabile gravità: la Regione Veneto, infatti, ha approvato un testo pressoché identico a quello lombardo, in cui si limitano allo stesso modo tutte le confessioni, che si trovano ad essere monitorate e a dover rispettare requisiti strutturali impossibili, che come nella precedente normativa includono assurdi vincoli urbanistici, con la consueta scappatoia per le parrocchie, giusto per non rischiare una eccessiva impopolarità in un paese a maggioranza cattolica (ma schiaffeggiando il Patriarca di Venezia che aveva chiesto di fermare la legge). Oltre ai vincoli urbanistici, la legge prevede restrizioni sul piano linguistico. Gli edifici potranno sorgere solo nelle aree “F”, generalmente presenti in periferia, a patto di disporre parcheggi, strade e opere di urbanizzazione adeguate, il tutto a onere dei richiedenti, solo in seguito a convenzione stipulata col Comune; è obbligatorio l'utilizzo della lingua italiana per tutte le attività non strettamente collegate al culto; impone limiti severi sulla viabilità ed è prevista la possibilità, per i cittadini, d'esprimersi mediante un referendum, intervenendo direttamente sulle questioni urbanistiche. Si tratta insomma della vecchia legge col vestito nuovo, approvata dalla maggioranza composta da Lega, Lista Zaia, Forza Italia e Fratelli D'Italia-Alleanza Nazionale.

La questione appare scandalosa se si considera che la Corte Costituzionale ha detto: “No”, e la risposta delle istituzioni venete è stata: “Noi lo facciamo lo stesso”. Il precedente chiama in causa tutti gli italiani: una volta che è stata sancita l'incostituzionalità di un provvedimento e una determinata forza politica decide di portarlo avanti ugualmente, questa azione si potrebbe ripetere in qualunque momento per qualsiasi principio costituzionale. Con la normativa veneta si esce dalla questione della libertà di credo e si apre un problema più ampio, ovvero il disinteresse del legislatore nei confronti della Costituzione italiana. Se questo concetto passasse, nessun cittadino sarebbe più tutelato nei suoi diritti fondamentali, né potrebbe far affidamento sulla Carta per delimitare l'area d'intervento di chi governa: oggi tocca ai credenti non cattolici, domani potrebbe toccare a qualunque altra categoria. Se la Costituzione cessa di essere vincolante, si pongono le condizioni per un potere assoluto. Disinteressarsi della questione perché si è cattolici o non credenti significa perdere di vista il principio che consente a ognuno di noi di esercitare i propri diritti individualmente, contando sul documento redatto dai padri costituenti tenendo ben in mente la necessità di eliminare le condizioni necessarie al riproporsi di un regime totalitario. La Lega, dal suo immaginario estremista puramente estetico, ha fatto un passo indelebile in direzione del totalitarismo: se non possiamo più sentirci sicuri del fatto che i poteri da noi eletti siano vincolati all'interno di confini precisi, siamo in balia di chi ci rappresenta. Non si può far altro che auspicare che il governo intervenga una seconda volta. Siamo in campagna elettorale, e purtroppo in queste fasi è difficile chiedere un atto di responsabilità: una parte della comunicazione di massa impiegherebbe poco ad amplificare la prevedibile risposta della Lega, la quale, se il governo facesse ricorso contro la legge antimoschee veneta, inevitabilmente accuserebbe le forze politiche che lo compongono di favorire il terrorismo. Due deputati del PD[6], tuttavia, sembrano aver anteposto alle logiche elettorali e propagandistiche la difesa della Costituzione della Repubblica, e hanno presentato un'interrogazione parlamentare: si spera che sia questo un primo passo per un nuovo ricorso, cui ognuno può contribuire firmando la petizione sul sito di FOB[7].

Nel ringraziare le centinaia di firmatari della petizione, sia consentita una nota sul Veneto. Fu proprio il trevigiano Gabriele Di Pietro a portare in Italia le scoperte di al-Razi dandole alle stampe nella città di Venezia col titolo di Cibaldone – Libro Terzo d'Almansore: la nostra farmacia sarebbe completamente diversa se il filosofo musulmano, nel IX secolo, non avesse comunicato le sue scoperte in campo medico, che includono la prima descrizione conosciuta del vaiolo, nei suoi illuminanti trattati, fra i quali il Liber medicinalis Almansoris, che giunse per la prima volta in Italia proprio grazie alla lunga traduzione in versi nella lingua veneta quattrocentesca delle ricerche del medico e intellettuale arabo.

Il miglior modo di lasciar vincere il terrorismo è lasciare che sia questo a regolare i nostri rapporti millenari con la cultura islamica, influenzandoli con categorie arbitrarie, alterando il significato delle parole, spostando definitivamente l'asse del rapporto su un conflitto di civiltà, su una contrapposizione religiosa del tutto anacronistica e priva di fondamento. Se il terrorismo trionfa sulle nostre categorie mentali, ha già vinto. Io, francamente, mi rifiuto, e con buona pace di Salvini, il quale fa intellettualmente il gioco degli attentatori, continuerò ad associare l'islam ai raggi di Al-Kindi, e al contributo che questi ha dato al moderno approccio scientifico; ma, ancora di più, penserò all'islam quando ho la febbre, che un islamico per primo ha scoperto essere un meccanismo di difesa naturale del corpo umano, dato indispensabile per curarla: e, per primo, un veneto l'ha tradotto.

Speriamo che oggi ci arrivi una nuova lezione di civiltà dagli islamici e dai veneti con un'adesione di massa alla petizione lanciata da FOB, affinché possiamo imparare a curare, oltre alla febbre, anche i mali dell'intolleranza.

Camillo Maffia

Firma la petizione!


NOTE:

[1] https://freedomofbelief.net/it/attivita/maat-diritto-laico-e-liberta-re…

[2] 1Cor 1:10-15.

[3] https://freedomofbelief.net/it/attivita/liberta-di-credo-fob-invia-espo…

[4] Si veda l'episodio del DDL Cirinnà, in cui è stata data voce quasi unicamente ai fondamentalisti omofobi e non ai parroci che hanno aperto le chiese ai gay, all'Agesci, al cardinale Kasper che nel suo Testimone della misericordia afferma che gay si nasce etc., con una rappresentazione unilaterale di un'ala tutt'altro che rappresentativa.

[5] https://freedomofbelief.net/it/legge-anti-moschee-rapporto-fob

[6] Luigi Lacquaniti e Khalid Chaouki.

[7] .../it/petizioni/no-alla-legge-antimoschee-veneto (la petizione è chiusa)

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