Il trattamento riservato dal Giappone alla Chiesa dell'Unificazione segnala e rafforza una più ampia erosione della libertà religiosa in tutta la regione. La preoccupazione non è limitata al solo Giappone: in Corea del Sud, l'arresto odierno del presidente Lee, il leader novantacinquenne della Chiesa di Gesù Shincheonji, sulla base di accuse che appaiono irragionevoli e politicamente motivate, solleva seri interrogativi sulla direzione che Seul sta prendendo. Allo stesso modo, in Argentina, Konstantin Rudnev resta in stato di detenzione per accuse che non solo sono deboli ma, secondo i critici, del tutto infondate; uno sviluppo che si concilia malamente con un paese fondato sullo stato di diritto e che lo fa apparire, almeno in questo caso, scomodamente simile ai sistemi più autoritari della regione.
La Corte Suprema del Giappone conferma lo scioglimento della Chiesa dell'Unificazione
Una sentenza affrettata e scarsamente motivata chiude il caso, ma lascia profonde preoccupazioni riguardo alla neutralità, al diritto a un giusto processo e al futuro della libertà religiosa in Giappone.
di Massimo Introvigne — Il 23 giugno, la Corte Suprema del Giappone ha confermato la sentenza del 2026 dell’Alta Corte di Tokyo che ordinava lo scioglimento della Chiesa dell'Unificazione (ora denominata Federazione delle Famiglie per la Pace e l'Unificazione Mondiale). La sentenza è giunta con un'insolita rapidità e con una motivazione che solleva più domande di quante ne risolva. Si conclude così la fase giudiziaria di un processo iniziato dopo l'assassinio dell'ex Primo Ministro Shinzo Abe e sviluppatosi in un clima condizionato da pressioni politiche, ostilità mediatica e da una reinterpretazione della Legge sugli Enti Religiosi che ha aperto la strada a un risultato un tempo considerato giuridicamente impossibile.
Una vista della Corte Suprema del Giappone. Crediti.
La decisione dell'Alta Corte, che “Bitter Winter” ha analizzato in dettaglio, si è basata su cause civili vecchie di decenni e ha adottato una lettura estensiva dell'Articolo 81 della Legge sugli Enti Religiosi. Ha considerato la condotta illecita di singoli fedeli come motivo di scioglimento di un'intera entità religiosa, persino quando gli atti in questione non erano né di natura penale né recenti. La sentenza ha inoltre sposato l'idea che un'organizzazione religiosa possa essere sciolta quando la sua cultura interna o l'enfasi su determinati aspetti dottrinali creano il rischio di un danno futuro; uno standard così elastico da poter essere applicato a quasi tutte le fedi.
La Corte Suprema ha ora avallato tale motivazione. La sua decisione, pubblicata in un breve documento, respinge il ricorso e conferma le conclusioni dell'Alta Corte con pochissime analisi aggiuntive. La parte essenziale della sentenza ribadisce le conclusioni dell’Alta Corte, ne accetta le determinazioni fattuali senza alcuno scrutinio e ne adotta il quadro giuridico senza affrontare le preoccupazioni sollevate da studiosi, esperti di diritti umani e osservatori internazionali. La Corte afferma che l'ordine di scioglimento non viola le tutele costituzionali della libertà religiosa, poiché influisce solo sulla personalità giuridica dell’ente e non sulla facoltà dei fedeli di praticare la propria fede. Riconosce che la liquidazione ha comportato la dismissione di luoghi di culto e di altri beni utilizzati per le attività religiose; eppure, liquida questo effetto come una conseguenza "indiretta" piuttosto che come una restrizione alla vita religiosa.
Queste motivazioni ricalcano l'approccio dell'Alta Corte ed evitano di affrontare la questione di fondo: in Giappone, la perdita della personalità giuridica da parte di un ente religioso comporta profonde conseguenze pratiche per i fedeli. Tale perdita, infatti, incide sulla capacità di essere titolari di diritti reali, gestire le finanze, assumere personale e mantenere una continuità operativa nelle attività di culto. L’assunto della Corte Suprema, secondo cui tali effetti sarebbero meramente accessori, non rispecchia l'effettiva realtà in cui operano le comunità religiose.
Anche la celerità della decisione ha destato attenzione. La Corte ha proceduto con una rapidità raramente riscontrabile nelle cause che coinvolgono diritti costituzionali e lo scioglimento di un ente religioso fondato da tempo. La brevità della motivazione si pone in netto contrasto con la gravità della pronuncia. Gli osservatori prevedevano il rigetto del ricorso, considerato il preconcetto orientamento della Corte Suprema sulla questione. Ciononostante, molti si attendevano una disamina più approfondita dei quesiti di diritto costituzionale e internazionale sollevati dal caso. Al contrario, la Corte ha emesso una sentenza che si configura come una mera conferma procedurale piuttosto che come un esame di merito.
Questo esito non può essere scisso dal ruolo precedentemente svolto dalla Corte nel rimodellare il quadro normativo. Nel 2025, la Corte Suprema ha pronunciato una decisione che ha reinterpretato la Legge sugli Enti Religiosi, ampliando la portata dell'espressione "atti in violazione di leggi e regolamenti" fino a includervi gli illeciti civili ai sensi del Codice Civile. Tale reinterpretazione ha posto il fondamento dottrinale per lo scioglimento della Chiesa dell'Unificazione. La medesima Corte che aveva aperto la strada allo scioglimento ha ora compiuto il passo definitivo, portando a compimento un procedimento che essa stessa aveva contribuito ad avviare.
Rimangono irrisolti anche i dubbi sulla neutralità. Come riportato da "Bitter Winter”, la Chiesa dell'Unificazione ha presentato un'istanza di ricusazione nei confronti del Giudice Masami Okino, dopo che è emerso che quest'ultima aveva partecipato a un seminario in cui i relatori denigravano la Chiesa, promuovevano la teoria della manipolazione mentale e descrivevano le sue attività come dolose. L'istanza dettagliata riportava dichiarazioni a lei attribuite che suggerivano un orientamento preconcetto sulla natura e sulle pratiche della Chiesa. La Corte Suprema ha respinto l'istanza di ricusazione con un’ordinanza di sole due righe priva di motivazione. Sebbene il Giudice Okino non abbia sottoscritto la decisione, e non sia chiaro se abbia partecipato alla sua stesura, il fatto che l'istanza di ricusazione sia stata respinta getta un'ombra sulla legittimità della sentenza finale. Tuttavia, dato che l'istanza era stata respinta, per quale motivo non ha sottoscritto il verdetto?
La decisione della Corte Suprema chiude il capitolo giudiziario del procedimento di scioglimento, lasciando tuttavia irrisolta una serie di questioni. La pronuncia non affronta le preoccupazioni sollevate da quattro Relatori Speciali delle Nazioni Unite, i quali avevano avvertito che l'approccio del Giappone nei confronti della Chiesa dell'Unificazione si basava su concetti vaghi di benessere pubblico, incompatibili con l'Articolo 18 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR). Essa continua a fondarsi su teorie di "danno psicologico" basate su nozioni screditate di "lavaggio del cervello" e su un criterio di ciò che è "socialmente accettabile" incompatibile con il diritto internazionale. Non prende in esame il pericolo di utilizzare gli illeciti civili come fondamento per lo scioglimento degli enti religiosi. Non considera il precedente che questo provvedimento stabilisce per altre confessioni di minoranza. Infine, non affronta le implicazioni derivanti dal consentire che la pressione politica e le campagne mediatiche plasmino l'interpretazione delle tutele in materia di libertà religiosa.
I fedeli continueranno a praticare la propria fede, ma lo faranno privi dei loro luoghi di culto, senza patrimonio e privati delle tutele giuridiche e della stabilità organizzativa su cui gli enti religiosi in Giappone fanno affidamento da tempo. L’assunto della Corte Suprema secondo cui questo sarebbe un mero effetto indiretto non coglie la portata di tale trasformazione.
Il Giappone si è a lungo presentato come una democrazia fondata sul pluralismo e sullo stato di diritto. La gestione di questo caso solleva interrogativi sulla tenuta di tali principi laddove una minoranza religiosa divenga il bersaglio di controversie politiche. La Corte Suprema ha avuto l'opportunità di riaffermare le tutele costituzionali e di ripristinare l'equilibrio in un procedimento segnato da irregolarità. Al contrario, ha emesso una decisione che conferma la linea tracciata dal governo e dai giudici di merito, senza tuttavia affrontare le più profonde critiche emerse nel corso del giudizio.
Il verdetto è stato pronunciato. Le conseguenze per la libertà religiosa in Giappone si manifesteranno negli anni a venir.
Fonte: Bitter Winter