La custodia cautelare, un concorso non concluso per un incarico permanente e tre imputati non collegati tra loro si intrecciano nell'ufficio di un unico coordinatore federale in Patagonia.
di Alessandro Amicarelli — Facundo Jones Huala ha firmato un accordo il 16 settembre ed è stato condannato a cinque anni e due mesi. La stampa del Rio Negro ha riportato l'accordo come un'ammissione di colpevolezza per l'appartenenza alla Resistencia Ancestral Mapuche. I suoi avvocati descrivono l'accordo in modo diverso. Secondo le dichiarazioni rese pubbliche dalla difesa, l'ammissione di colpevolezza è arrivata dopo mesi di custodia cautelare. Si trattava di scegliere tra accettare le condizioni dell’accusa o rimanere in carcere a tempo indeterminato mentre il caso si protraeva. Questa versione dei fatti non può essere verificata in modo indipendente dall’esterno, e dovrebbe essere letta con la cautela che merita qualsiasi narrativa unilaterale. Corrisponde, tuttavia, a uno schema che, grazie a un numero crescente di dati ufficiali provenienti dall’Argentina, può ora essere misurato – anziché solo sospettato – dagli osservatori esterni.
La Comisión Provincial por la Memoria, un ente pubblico incaricato per legge di monitorare le condizioni di detenzione nella provincia di Buenos Aires, ha pubblicato il suo rapporto annuale per il 2025, contenente dati che meritano una maggiore diffusione. In quell'anno, nella provincia sono stati emessi 20.995 provvedimenti di custodia cautelare. In media, una persona in attesa di sentenza di primo grado ha trascorso 412 giorni in stato di detenzione. Tra il 2013 e il 2025, circa l'85% di tutte le condanne nella provincia è stato pronunciato tramite il "juicio abreviado", una procedura abbreviata in cui accusa e difesa concordano l'imputazione e la pena, sottoponendo l'accordo al giudice anziché celebrare un processo ordinario. Le condanne ottenute in questo modo sono aumentate del 165% nel periodo considerato, mentre quelle derivanti da un processo orale completo sono diminuite del 27%. Il rapporto della Commissione evidenzia esplicitamente il nesso tra i due fenomeni: la custodia cautelare prolungata crea le condizioni affinché un accordo rapido diventi l'unica via d'uscita realistica. Nell'arco di oltre un decennio, le cifre hanno seguito un'unica direzione e nulla, nei dati più recenti, lascia presagire un'inversione di tendenza.
Spogliati della loro veste statistica, questi numeri rivelano che, in Argentina, un'accusa penale è diventata meno una contestazione da verificare in sede processuale e più una leva da azionare tra le mura di una cella. Non occorre essere colpevoli per finire a negoziare un patteggiamento; basta essere incriminati, restare detenuti abbastanza a lungo e trovarsi di fronte alla scelta tra l'ammettere qualcosa e l'attendere per anni un processo che potrebbe non arrivare mai a compimento. Tale situazione non riguarda soltanto militanti, attivisti o stranieri coinvolti in casi politicamente delicati. Essa descrive, in linea di principio, la condizione di qualsiasi imputato; è per questo che il rapporto della commissione ha turbato i lettori ben oltre la cerchia degli addetti ai lavori, ed è per questo che l'inquietudine di fondo è emersa persino nel cinema argentino, dove il patteggiamento estorto e la figura del detenuto innocente sono diventati temi ricorrenti e riconoscibili.
Il caso di Konstantin Rudnev, un dissidente e maestro spirituale russo trattenuto a Bariloche, si inserisce in questo stesso meccanismo. I pubblici ministeri argentini chiedono il prolungamento della sua detenzione senza aver prodotto prove che ne dimostrino la colpevolezza. I fatti alla base della vicenda, da me descritti altrove, riguardano equivoci legati a una nascita avvenuta in Patagonia e sonniferi che, negli atti di accusa, sono stati riqualificati come stupefacenti; partendo da questi elementi, il caso si è trasformato in un'accusa che evoca il traffico internazionale e lo spaccio di droga. Il caso di Franco Casco rappresenta una terza variante. Gli imputati – agenti di polizia sospettati di aver ucciso un uomo che avevano arrestato – sono stati assolti dopo sei anni di custodia cautelare, eppure l'accusa ha continuato a insistere per riportarli in carcere. La difesa in quel caso ha sostenuto che la durata della custodia iniziale fosse di per sé una forma di pressione, fallita solo perché gli accusati non hanno ceduto.
Il procuratore Fernando Arrigo
Fernando Arrigo compare in tutti e tre i fascicoli. Il suo incarico ufficiale e permanente è quello di Procuratore Generale; il ruolo di coordinatore regionale per General Roca è un incarico provvisorio conferito dall'Ufficio del Procuratore Generale ai sensi della risoluzione PGN 65/2024, valido solo fino all'effettiva attuazione della procedura di selezione prevista dall'articolo 18 della Legge 27.148. Il concorso per il posto di procuratore federale permanente a Bariloche (Concorso n. 129) non è stato ancora concluso e Arrigo non lo ha superato. Anche il predecessore di Arrigo nel ruolo di coordinatore, Rafael Vehils Ruiz, ricopriva lo stesso incarico ad interim. Un coordinatore nominato tramite risoluzione amministrativa anziché attraverso una selezione concorsuale, e mantenuto in carica per anni mentre l'iter formale è in stallo, è soggetto a un regime di responsabilità più limitato rispetto a un procuratore che ha ottenuto l'incarico tramite concorso pubblico. Tale discrepanza tra lo status provvisorio e l'autorità duratura esercitata sui procedimenti di maggior rilievo della provincia merita maggiore attenzione da parte degli organi preposti alla sua supervisione e da parte dell'opinione pubblica, che segue i suoi casi sulla stampa senza sapere che la sua nomina non è mai stata confermata.
In concreto, il coordinamento non implica la gestione diretta del carico di lavoro ordinario del distretto. I procedimenti per reati di droga a General Roca sono curati dal pubblico ministero Matías Zanona e dal suo team, con l’unità di Sebastián Gallardo che si occupa dei casi meno complessi; i dati pubblici del Ministerio Público Fiscal riportano 236 procedimenti conclusi o in fase avanzata al mese di aprile 2026. Si tratta di indagini documentate e fondate, condotte da magistrati i cui nomi compaiono raramente al di fuori delle pubblicazioni specialistiche.
L’attività visibile di Arrigo si concentra invece su un ristretto numero di casi di rilevanza politica o mediatica, tra cui spiccano quelli di Rudnev, Franco Casco e Jones Huala. Ognuno di essi ha acquisito, nell’inquadramento fornitogli dal suo ufficio, una portata sproporzionata rispetto ai fatti sottostanti: una nascita diventa un caso di traffico di esseri umani, un sedativo diventa un narcotico, un circolo di lettura diventa una minaccia alla sicurezza nazionale, e la morte di un detenuto nel caso Casco è presentata in termini di trenta agenti di polizia implicati piuttosto che in termini di un insieme più ristretto di fatti riconosciuti infine dall’assoluzione.
La dinamica non si riduce alla consueta pressione per ottenere un patteggiamento. Si tratta della costruzione calcolata di uno spettacolo pubblico. Un nome viene scelto, gonfiato ed esibito come se fosse al centro di una vicenda di portata internazionale; fascicoli privi di sostanza vengono spacciati per gravi crimini transnazionali. L’obiettivo del pubblico ministero non è l’accertamento della verità né la tutela di una vittima reale, bensì la ricerca di una promozione, di prestigio e visibilità.
Dietro i toni roboanti, spesso non c’è nulla: nessun reato in senso giuridico, nessuna prova in grado di reggere a un esame rigoroso, nessuna vittima che corrisponda alla narrazione costruita per i media. Ciò che resta, una volta che il clamore si placa, è il costo umano. Le famiglie vengono distrutte. Mesi o anni di custodia cautelare si accumulano come sedimenti. L’eco mediatica, una volta scatenata, diventa quasi impossibile da zittire e persiste ben oltre il momento in cui il caso stesso crolla nella vacuità da cui era stato edificato.
Un’esasperazione di questo tipo risponde a uno scopo preciso. Un’azione penale fondata su fatti di modesta entità suscita scarso interesse e non esercita grandi pressioni per giungere a un accordo; al contrario, un procedimento penale descritto nei termini del traffico illecito, del terrorismo o della criminalità organizzata giustifica una detenzione prolungata e crea l’apparenza di una grave minaccia, che un eventuale patteggiamento sembrerà poi aver risolto. In altre parole, i casi minori vengono ingigantiti proprio per evitare che passino inosservati e per indurre l’imputato ad accettare un accordo, anziché attendere un processo che rivelerebbe l’effettiva inconsistenza delle accuse.
I pubblici ministeri hanno il diritto di perseguire i casi che ritengono gravi e le tesi della difesa sono, per loro natura, parziali. Tuttavia, ciò che le statistiche della Comisión Provincial por la Memoria dimostrano – indipendentemente dai singoli casi – è che il sistema di giustizia penale argentino si è orientato in modo decisivo verso la risoluzione dei procedimenti tramite accordi di patteggiamento, ottenuti dopo lunghi periodi di detenzione; tale cambiamento è correlato a un netto calo dei casi effettivamente sottoposti a un giudizio di merito davanti a un giudice. Il meccanismo di incentivi che ne deriva è evidente, a prescindere da chi ricopra la carica responsabile: la custodia cautelare fa apparire il patteggiamento come una via d'uscita piuttosto che come una resa, e un imputato posto di fronte a tale scelta raramente dispone dei mezzi per contestare l'accusa in un dibattimento pubblico. È proprio questa la situazione che i cittadini argentini hanno motivo di temere, poiché lo stesso strumento applicato nei casi di Jones Huala, Rudnev e degli imputati del caso Casco può, in linea di principio, essere utilizzato contro chiunque attiri l'attenzione di un pubblico ministero determinato a costruire un caso mediatico, a prescindere da ciò che le prove effettivamente dimostrano.
Il caso Rudnev dovrebbe essere giudicato sulla base dei fatti specifici, quali che essi siano. Le statistiche a esso sottese rimarranno comunque, a descrivere un sistema in cui la custodia cautelare funge meno da misura precauzionale e più da forma di persuasione, e in cui un coordinatore – mai selezionato tramite concorso – continua, anno dopo anno, a decidere a chi offrire tale scelta.
Pubblicato anche su The European Times