Il lato oscuro di Arielle Silverstein, avvocato delle Nazioni Unite e attivista anti-sette

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Arielle Silverstein

Il marito Tony Ortega, conosciuto perlopiù per essere un feroce nemico delle religioni con una particolare “predilezione” per Scientology, è balzato agli onori – e agli orrori – della cronaca negli USA per essere diventato il paladino difensore dei pedofili e del mercimonio di minori. Sul sito standleague.org si legge infatti che «Tony Ortega era alle dipendenza del proprietario di Backpage.com, il più grande mercato online al mondo dedicato al traffico sessuale di minori prima che venisse sequestrato dall'FBI nel 2018. Ortega difese Backpage con tale veemenza che il New York Times lo definì il "cane da guardia" del sito dedicato al traffico sessuale. I dirigenti di Backpage sono stati condannati nel Novembre 2023».

La moglie di Ortega, Arielle Silverstein, per non essere da meno, nonostante il ruolo di avvocato presso le Nazioni Unite con l’obbligo, quantomeno, di rispettare i dettami sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, usando pseudonimi per celare la propria identità, spargeva sul web i suoi velenosi messaggi anti-sette, arrivando perfino a dire che «È ovvio che la discriminazione [da parte del governo pakistano] nei confronti dei cristiani e delle altre religioni sia scandalosa. Ma possiamo sicuramente sfruttare l'intolleranza religiosa del governo pakistano nei confronti di Scientology».

Con tali personaggi nascosti nelle pieghe delle istituzioni che devono difendere e promuovere il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione, il cammino verso una effettiva tolleranza e rispetto degli altri resta un cammino difficile. Segue un articolo del European Times sulla vicenda.


L'avvocato delle Nazioni Unite Arielle Silverstein sotto esame per alcuni post online di carattere antireligioso

Di Jan Leonid Bornstein — Un'avvocato di alto livello all'interno del sistema delle Nazioni Unite è nuovamente sotto esame dopo che sono riemersi una serie di post online archiviati in cui derideva e denigrava diverse comunità religiose e sembrava invocare pressioni politiche contro una minoranza religiosa.

La funzionaria in questione, Arielle Silverstein, ha ricoperto incarichi di natura giuridica e amministrativa all’interno del sistema delle Nazioni Unite, tra cui ruoli legati alla supervisione gestionale e alla valutazione etica. In quanto membro del personale delle Nazioni Unite, è vincolata dallo Statuto del personale dell’organizzazione, che impone ai dipendenti di sostenere i principi della Carta delle Nazioni Unite, di mostrare rispetto per tutte le culture e di astenersi da qualsiasi forma di discriminazione nei confronti di individui o gruppi.

Tuttavia, una raccolta di post attribuiti alla Silverstein — molti dei quali scritti sotto pseudonimi come «Bozuri» — contiene un linguaggio che, secondo i critici, è incompatibile con tali obblighi. Le dichiarazioni prendono di mira musulmani, ebrei, cristiani e scientologist e, in alcuni casi, propongono azioni contro gruppi religiosi che destano preoccupazione dal punto di vista dei diritti umani.

Derisione di diverse religioni

I post, alcuni dei quali risalgono ai primi anni 2010, contengono ripetute manifestazioni di ostilità nei confronti delle credenze religiose. Diversi messaggi ridicolizzano le pratiche o le figure sacre delle principali fedi.

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Arielle Silverstein ridiculising Jesus Christ

Ad esempio, secondo quanto riferito, Silverstein avrebbe definito i cristiani «babbei» a causa delle loro convinzioni e avrebbe descritta la predicazione religiosa in termini sprezzanti, scrivendo che i «predicatori ispanici» e altri erano «pazzi» e «squilibrati».

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Arielle Silverstein's post saying Christians are Suckers
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Arielle SIlverstein's post on Jehovah Witnesses

In altri post, ha preso in giro l'Islam e le sue principali figure religiose. In un messaggio ha ridicolizzato il profeta Maometto definendolo un «abitante del deserto analfabeta», mentre in un altro ha suggerito che i musulmani fossero «particolarmente permalosi».

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Arielle Silverstein's post on Mohamed
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Arielle SIlverstein's post on Muslims

Ha anche sostenuto pubblicamente la controversa campagna online nota come «Draw Mohammed Day» (Giornata del Disegno di Maometto), scrivendo: «Ho intenzione di commettere il reato di blasfemia in occasione del #MohammedDay… È un bene non vivere in Kuwait, in Afghanistan o in Arabia Saudita».

Altri post esprimevano ostilità verso gli ebrei, nonostante la Silverstein si definisca un’atea ebrea. Ha anche scritto che voleva che il Simon Wiesenthal Center, un’organizzazione ebraica per i diritti umani fondata dal cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal, «cessasse di esistere».

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Arielle SIlverstein's post on Simon Wiesenthal

Si vanta inoltre della sua familiarità con l'Antico Testamento e afferma di «non desiderare altro che spiegare ai credenti perché [lei] detesta Dio», un'affermazione che esprime un palese disprezzo nei confronti dei credenti e denota una particolare mancanza di rispetto verso gli ebrei, che considerano sacra la Bibbia ebraica.

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Arielle SIlverstein's on Jews and God

Nel loro insieme, questi post rivelano un’ostilità insolitamente generalizzata nei confronti della religione organizzata e dei credenti di diverse tradizioni.

Una strategia contro Scientology

Tra le affermazioni più controverse figurano quelle riguardanti la Chiesa di Scientology. Nelle discussioni online, Silverstein sembrava incoraggiare pressioni politiche e governative contro il gruppo.

In uno scambio di messaggi, ha suggerito ai critici di rivolgersi al politico olandese di estrema destra Geert Wilders, leader del Partito per la Libertà (PVV), noto a livello internazionale per le sue posizioni fortemente anti-islamiche. Secondo i messaggi archiviati, ha scritto: «Sul serio, fate in modo che Gert [sic] Wilders gli dia una lezione», aggiungendo che il politico «li caccerebbe dall’Olanda come se fossero immigrati clandestini».

Secondo quanto riferito, avrebbe suggerito una strategia per attirare l'attenzione di Wilders: collegare retoricamente Scientology ai «musulmani radicali», un argomento che, a suo dire, lo avrebbe motivato politicamente.

In un altro messaggio, Silverstein ha scritto: «Possiamo sicuramente usare l'intolleranza religiosa del governo pakistano contro Scientology».

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Arielle Silverstein's post on Scientology

Il commento ha suscitato particolare preoccupazione tra gli osservatori, poiché il Pakistan è da tempo oggetto di critiche da parte delle organizzazioni internazionali per i diritti umani a causa delle sue leggi sulla blasfemia e della persecuzione delle minoranze religiose. Tali leggi sono state utilizzate per incarcerare o perseguire cristiani, ahmadi e altri accusati di aver offeso la religione.

Le organizzazioni per i diritti umani hanno ripetutamente avvertito che le accuse formulate in base a queste leggi possono portare non solo alla detenzione, ma anche a episodi di violenza di massa e a esecuzioni extragiudiziali.

In tale contesto, suggerire che l'«intolleranza religiosa» del governo pakistano possa essere sfruttata contro un gruppo religioso solleva seri interrogativi sulla compatibilità di tali opinioni con il mandato delle Nazioni Unite di difendere la libertà di religione o di credo.

Un conflitto con gli standard delle Nazioni Unite?

Da tempo le Nazioni Unite si presentano come paladine a livello mondiale della libertà religiosa e del rispetto culturale. L'articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti umani — adottata dall'ONU nel 1948 — garantisce il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione.

Lo statuto del personale delle Nazioni Unite riflette tali principi. Esso impone ai dipendenti di mostrare rispetto per tutte le culture e vieta qualsiasi forma di discriminazione nei confronti di qualsiasi individuo o gruppo. I membri del personale devono inoltre evitare dichiarazioni pubbliche che potrebbero compromettere l'imparzialità dell'organizzazione.

I critici sostengono che il tono e il contenuto dei post della Silverstein siano difficilmente conciliabili con tali obblighi, soprattutto considerando i ruoli professionali che ricopre all’interno dell’organizzazione.

Il caso mette in luce un dilemma più ampio che le istituzioni internazionali devono affrontare: come conciliare il diritto alla libertà di espressione in privato dei dipendenti con gli standard etici richiesti ai funzionari pubblici incaricati di difendere i diritti umani universali.

Domande per le Nazioni Unite

Al momento della stesura di questo articolo, non è ancora chiaro se le Nazioni Unite abbiano avviato un'indagine formale sulla questione. Le indagini interne sul personale sono in genere riservate e l'organizzazione raramente commenta pubblicamente i casi che riguardano singoli membri del personale.

Ciononostante, la riemersione dei post ha riacceso il dibattito sulla responsabilità all'interno delle istituzioni internazionali.

Per gli osservatori che si occupano di libertà religiosa, la controversia tocca una questione più profonda: se i valori promossi dalle organizzazioni globali – rispetto della diversità religiosa, tutela delle minoranze e opposizione alla discriminazione – siano applicati in modo coerente al loro interno.

Mentre l'esame del caso prosegue, questa vicenda potrebbe alla fine rivelarsi un banco di prova per verificare con quanta serietà tali principi vengano applicati all'interno delle istituzioni che li sostengono in tutto il mondo.

Fonte: The European Times